🕑 Tempo di lettura: 2 minuti

Stando a quanto riportato da “Il Messaggero”, l’Italia è il terzo Paese al mondo per numero di contagi da Coronavirus (dopo solo Cina e Corea del Sud). Il Governo, al fine di contenere e gestire l’emergenza, ha varato il Decreto Legge n.6/2020 ed un secondo decreto con le misure economiche per le zone colpite seguirà nei prossimi giorni. Concreto riscontro della consolidata preoccupazione di massa viene – come sempre – dal mondo finanziario: nella giornata di lunedì 24 febbraio (primo giorno di dichiarata emergenza) la Borsa di Milano perde 5,4 punti percentuali e brucia, così, circa 30 miliardi di euro; lo spread aumenta ulteriormente e l’oro tocca il punto di massimo in riferimento agli ultimi 7 anni. 

Quarantena e Smart-Working obbligatorio

A cavallo di un pendolo che oscilla tra allarmismo e calma apparente, il Paese si vede costretto ad anticipare misure cautelative di quarantena volte a ridurre il rischio di ulteriori contagi. Per prevenire la diffusione del virus, specialmente sul luogo di lavoro, ed evitare di abbassare in maniera significativa la performance produttiva nazionale, esiste un’unica soluzione e prende il nome di “Smart-Working”. Tale pratica può essere definita in maniera sintetica come una nuova “filosofia manageriale” che implica un ripensamento “intelligente” del lavoro. Si tratta di una metodologia che stravolge i classici modelli produttivi legati a concetti di postazione fissa, ufficio singolo ed open-space, che per nulla combaciano con le attuali esigenze di customizzazione e flessibilità.

Così, per quanto non l’avessimo scelto né voluto, questo contesto di emergenza da Covid-19 rappresenta evidentemente un importante banco di prova per testare in maniera tangibile, attraverso lo strumento dello smart-working, il livello di progresso tecnologico e misurare il grado di propensione digitale di buona parte della forza lavoro nazionale.

Virtual Private Networks e logiche di creazione della conoscenza

Tuttavia, nella corsa ai ripari cercando d’intaccare al minimo le dinamiche lavorative, bisogna necessariamente fare attenzione a due aspetti tutt’altro che trascurabili.

  • Il primo esamina l’accesso sicuro ai dati aziendali nel caso in cui, appunto, i dipendenti non dispongano dell’abilitazione al c.d. “lavoro agile”. Lo step da compiere sarebbe, quindi, quello di ricorrere a VPN (reti virtuali private), ovvero piccoli software direttamente scaricabili su qualunque device personale ed attivabili in tempi rapidi; oppure, procedere con altri applicativi. Si tratterebbe, quindi, di ricorrere a piattaforme di condivisione dei dati (come Office 365, Google Suite o Microsoft Teams) che abilitino, in generale, alla scambio di documenti, alla gestione delle e-mail e facilitino il confronto a distanza attraverso conference-call, permettendo comunque di muoversi in un perimetro di massima sicurezza e protezione dei dati.
  • Il secondo, meno tangibile ma di più alto impatto, evidenzia come, sulla base delle consolidate logiche di creazione della conoscenza, il più alto effort in atto per provare ad abbattere le barriere relazionali, ricorrendo alle più moderne implementazioni tecnologiche, non è ancora in grado di generare gli stessi risultati del buon vecchio incontro fisico.

Insomma, siamo chiamati a lavorare da remoto, ma la strada da percorrere per poter essere considerati “Smart-Workers” a pieno titolo è ancora lunga e prescinde dalla mera esigenza di familiarizzazione con gli strumenti abilitanti. 

Ecco qui la nostra guida su come implementare lo Smart Working in modo economico!