IMA: Italia Merita Ancora! L’azienda italiana leader mondiale nella produzione di macchine automatiche.



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Qualche giorno fa sono stato ad una conferenza tenuta da Alberto Vacchi, CEO di IMA. Forse il nome non dice molto ma il cognome si. E’ infatti lo stesso di quel suo cugino Gianluca che, riempendo di foto le home di Instagram di circa 13milioni di utenti, ha negli ultimi anni trasformato la loro ricchezza in fama.
Ricchezza che arriva in gran parte da IMA, l’azienda della famiglia bolognese, di cui Alberto ne è presidente ed amministratore delegato.
Brevemente, IMA (acronimo di Industria Macchine Automatiche) è un’azienda fondata nel 1961 in provincia di Bologna ed oggi leader nel mercato delle macchine automatiche per il confezionamento di prodotti alimentari, farmaceutici, cosmetici, tabacco, tè e caffè. Tutti settori che in comune hanno il vantaggio di non risentire negativamente dei periodi di crisi. Se sei interessato scopri qui come si determina il prezzo di un farmaco innovativo.

Ma facciamo un salto nel tempo e passiamo direttamente al 2008, anno in cui inizia la storia che ci è venuto a raccontare Vacchi. Ci troviamo in un periodo in cui una grande fetta di aziende italiane si sta unendo al rito di offshoring, che semplicemente consiste nel delocalizzare parte della produzione oltre oceano, in paesi come la Cina o l’India, con l’obiettivo di ottenere enormi vantaggi in termini di costi. Strategia che ha tuttavia dei lati negativi, come la perdita di controllo sulla qualitĂ , l’aumento dei tempi di consegna e la difficoltĂ  nella comunicazione con i suppliers oltreoceano.
Per questi motivi ed altri, Vacchi non si dava per vinto. Per l’imprenditore bolognese non era possibile che il divario tra i prezzi offerti dai cinesi e quelli offerti dai fornitori in Emilia Romagna fosse così grande. Credere ai suppliers compaesani che lamentavano di non avere margini per poter abbassare i prezzi sarebbe stata una colossale sconfitta.
E come dal mezzo del letame bufalino nasce una cosa così pulita e candida come la mozzarella, così da questa asimmetria informativa è nato il piano di cui Vacchi ci è venuto a parlare.

Prima cosa, da manuale dell’imprenditore, Vacchi rischia: IMA compra il 30% di 9 piccole aziende che gli forniscono diversi componenti e accede ai loro libri contabili.
Subito ci si accorge che i margini c’erano, erano alti ma soprattutto erano migliorabili. Poi, dopo averli analizzati, IMA riprogetta i processi di tutte queste aziende e li integra fra loro grazie a dei sistemi ERP.
Il sistema ERP (Enterprise Resource Planning) non è altro che un software di gestione che integra i processi intra- e inter-aziendali così che, tra le varie cose, permette al fornitore di controllare direttamente il magazzino del cliente e di rifornirlo non appena ce ne sia bisogno, senza chiederne il permesso. In questo modo si riesce ad ottenere una grande efficienza in termini di tempo. Si venuta così a creare così una rete di fornitura formata da 10 aziende, tutte in Emilia Romagna, di cui IMA è a capo. Grande intuizione è stata quella di comprare parte dell’equity dei fornitori.
Non solo ciò ha protetto IMA da eventuali comportamenti opportunistici da parte dei suoi fornitori, ma ha dato ad essa del potere decisionale nei loro business.

“La prima cosa che l’imprenditore italiano medio fa quando un’azienda come IMA inzia a fargli grandi ordini e così a riempirlo di liquidità, è andare a comprare una Ferrari. Noi abbiamo chiesto a questi imprenditori di utilizzare quei soldi per innovare, per migliorare i processi delle loro aziende, per fare efficienza, così da rendere sempre più forte la nostra rete, così da dare sempre più voce alla nostra orchestra. E così è stato.”

Una volta a regime, questo nuovo processo ha permesso ad IMA di abbattere energicamente i costi di produzione, mantenendo un livello di qualità elevato, così da poter abbassare i prezzi e guadagnare nuove fette di mercato. Non solo, la rete di Vacchi era così efficiente da diventare appetibile persino agli occhi dei competitors.
Ebbene, l’imprenditore offre parte della capacitĂ  produttiva della sua stessa rete di fornitura anche a loro:

“A costi piĂą bassi di quelli che avete voi, ma piĂą alti di quelli che ho io”.

IMA inizia così a guadagnare vendendo non solo le macchine ma anche i singoli componenti, senza comunque correre il rischio di perdere le sue succulente fette di mercato.
Ultimo dato interessante riguarda quelle 9 piccole aziende del Bolognese. In nove anni il loro giro d’affari è passato da 18 a 300 milioni di euro, e se all’inizio quegli imprenditori non hanno comprato la Ferrari, oggi probabilmente possono acquistarne un’intera collezione.

Morale della favola, IMA oggi dirige un’orchestra in cui tutti i musicisti sono contenti: clienti, fornitori, competitors. IMA è un’azienda Italiana, che produce ricchezza in Italia e crea lavoro in Italia. Per me, IMA è la dimostrazione che in questo paese si può (e si deve) ancora.. fare.