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L’upcycling, definito anche riuso creativo, è il processo di trasformazione di sottoprodotti o materiali di scarto in nuovi materiali o prodotti migliori, creando il mix perfetto tra upgrading e recycling. È possibile trovare la prima attestazione del termine in un’intervista dell’ottobre 1994 all’ingegnere meccanico Reiner Pilz, che definisce l’upcycling come una prassi volta a fornire ulteriore valore ai prodotti. 

Al contrario di quanto si creda, tuttavia, questa di cui parliamo è un’attività che è sempre stata parte della vita umana: si potrebbe sostenere che fin quando i primi popoli preistorici abitavano la terra, la loro lavorazione di utensili in selce e ossa o la creazione di rifugi dalla vegetazione locale fosse una sorta di upcycling. Recentemente il recycling è diventato un aspetto importante nella maggior parte dei paesi industriali a causa del fatto che la quantità di prodotti usati che vengono scartati è in forte aumento (CSR). Tuttavia, il riciclo raramente raggiunge l’obiettivo di no waste, perché il ritrattamento dei materiali richiede energia e acqua, il che spesso comporta un declassamento della costituzione del materiale. 

L’upcycling si basa sul consumo sostenibile e l’idea principale è quella di rivitalizzare il vecchio materiale, collocandolo in nuove costellazioni e suggerendo nuove modalità di utilizzo e, allo stesso tempo, mantenendo intatta la sua essenza come principale elemento di valore aggiunto del processo. Pertanto, l’upcycling si occupa anche di rivalutare e ricombinare per aprire la strada alla novità e alla creazione di valore, contrastando l’argomentazione in base alla quale un oggetto non ha più valore una volta esaurito, o che debba essere distrutto prima che possa rientrare in un nuovo cerchio di produzione e conseguente creazione di valore.

Quindi, l’upcycling è sia una pratica che una mentalità: un nuovo modo di pensare e lavorare con il ciclo di vita delle cose, sia come designer che come consumatore, rinviandone il processo d’invecchiamento